Pizzo Marona

Pizzo Marona

<< Non conoscevo il valore del tempo. Sapevo solo che la cima era lontana e sarebbe stata una giornata lunga, camminando dalla mattina alla sera. Come potevo conoscere il tempo d’altronde, piccolo come ero.

Camminavo sereno e felice seguendo come al solito i suoi passi, costanti e senza pause. Il silenzio ci avvolgeva, rotto solo da qualche sporadico “Tutto bene Elia?” e “Attento qui, è pericoloso”.

Mi sentivo grande, era ormai da tanto tempo che non mi lamentavo della fatica con la quale non ero comunque ancora amico. Non sapevo perchè facevo quel che facevo, e presumo non mi interessasse neanche saperlo.

Quel giorno tuttavia accadde qualcosa di inaspettato. Ad un certo punto iniziai a perdere terreno rimanendo indietro. Sentivo le gambe diventare molli, il corpo sembrava svuotarsi di energie; ebbi paura. Non sapevo quantificare quanto tempo era trascorso e quanto mancava alla cima; quando girammo versante per vederla dovetti alzare la testa un bel po’ e capii fosse troppo lontana per le mie forze. Quel fantomatico Pizzo Marona per cui chiedevo da tempo “quando andiamo?”. Ogni giorno in cui la vedevo da Intra ero sempre più attratto da questa piramide che si perdeva nel cielo. Alla mia domanda mi veniva risposto “andremo quando sei grande”. Ed in quel momento, anche se ci andavo incontro usando un bastone molto più alto di me, capii che non ero diventato ancora grande. Tutto d'un tratto sembrava troppo per le mie gambe. Mi dovetti sedere e la mia protesta non tardò ad arrivare: “è troppo, non ce la faccio ad arrivare in cima”. 

“Guarda che manca poco, siamo quasi al passo del Diavolo, vedessi che bello! Poi da lì ci siamo quasi.”

Quei nomi strani di passi, bocchette e pizzi mi avevano sempre stimolato fantasie indicibili, ma in questa circostanza non era abbastanza per trovare la voglia necessaria ad arrivare a quel maledetto pizzo, il quale sembrava guardarmi dall’alto dicendomi “stai lì, sei ancora troppo piccolo”.

Per la prima volta mio papà ruppe la  usuale regola non scritta della pausa pranzo, cioè di mangiare solo una volta arrivati in cima. “Non ti preoccupare, riposati e poi ripartiamo. Mangia un bel pomodoro con il sale”.

Più che il pomodoro con il sale, mi piaceva il gioco che comportava. Usavamo portarci quei bei pomodori a pera che tagliavo con il mio coltellino poco affilato, ci mettevo un pizzico di sale e via con un morso, poi un pizzico di sale, e via con un altro morso. Non sò perchè mi divertiva, era il mio rompere le regole, mangiare con le mani ed in modo diverso dal solito.

Quella brutta insofferenza che sentivo e percepivo non l'avevo mai sperimentata prima.

Finito il mio inusuale spuntino guardai nuovamente in sù e dovevo scegliere se fidarmi del mio malessere, o delle parole di mio papà che diceva mancasse poco. Mi era tornata un po' di energia e decisi di ripartire, poco convinto. Quel tratto di sentiero tra catene e gradini non mi fece paura, tutto d'un tratto era come se qualcosa mi stesse trasportando in un luogo conosciuto da tempo. Mentre mi avvicinavo alla cima capii che, in fondo, avevano mentito in due: mio papà, dicendomi che mancava poco, ma anche quella strana crisi che voleva forse solo prendermi in giro. Passo dopo passo, quasi senza accorgermi, vidi un tetto di cappelletta sbucare. Negli ultimi metri papà mi fece passare avanti e mi sentii importantissimo. Una volta scollinato mi girai istintivamente verso sinistra e rimasi sospeso nel tempo e nello spazio; un enorme Lago era lì, grande ed immenso ma al contempo capivo con meraviglia e stupore disarmante dove eravamo: in fondo, da lì, sembrava solo una grande pozza. Anche delle dimensioni e dello spazio, evidentemente, non avevo ancora grande coscienza. 

Quel giorno, senza saperlo, avevo appena sperimentato il senso della mia vita. Tutto il resto sarebbe stato un teatrino in cui sarei stato più o meno bravo. 

Ero frastornato dalla grandezza delle montagne che vedevo in lontananza, una su tutte gigantesca, sembrava regnare su tutte le altre, e quasi non credevo esistesse davvero. Scoprii chiamarsi Monte Rosa. "Quando ci andiamo?", chiesi come se la stanchezza fosse tornata a non esistere. "Quando sarai grande", mi venne detto. Non protestai. Ora potevamo pranzare davvero, altre domande potevano attendere. >>


 

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