Islanda Bike Tour 2023 - Parte 2

Il viaggio bikepacking in Islanda continua e qui vi racconto la seconda parte che è totalmente diversa ed inaspettata. Purtroppo rimango da solo, Fabio continua a non stare bene e deve recuperare le forze. Opterà per andare a Reykjavik e rimaniamo in contatto. Credo sia stata la scelta giusta, qui in mezzo il gioco cambia totalmente portando ad una vera avventura di quella con la A maiuscola. Sarebbe stato impossibile gestire un malanno serenamente. 

GIORNO 6

Riparto che non so bene cosa succederà. Sono tranquillo perché Fabio ha recuperato un po' di forze e ha scelto serenamente questa separazione un po' obbligata. In lui tra leggo tra le righe la volontà di lasciarmi l'opportunità di conquistare questa avventura, lui è tranquillo perchè l'inglese lo conosce e soprattutto è conscio che non tutto deve essere per forza una sfida estrema. Una parte di me, conoscendo il suo cuore e la sua forza, vorrebbe spronarlo a provarci ma sono consapevole della durezza della seconda parte dove c’è anche una grande percentuale di incognita; capiamo entrambi che sarebbe stupido non ascoltare il suo malanno e prederei un rischio elevato.
Gli lascio delle indicazioni per godersi quell'area di isola non appena si riprende, ma siamo d’accordo che per metà giornata ci aggiorniamo.
Non è detta l'ultima parola, lui attenderà sera per darsi una risposta definitiva. 
Io pedalo, la strada e l’ambientazione si fa man mano più scura. La perturbazione è arrivata e mi prende in pieno così scelgo di sostare in una sorta di costruzione legata ad alcune dighe che ci sono nei paraggi. Affronto un po' di ansia perché un anno fa proprio su una strada così scura una tempesta mi sconfisse tragicamente obbligandomi al ritiro con la coda tra le gambe. 
Riparto dopo aver fatto un pranzo all'asciutto. Non mi resta che affrontare questa paura con me stesso e vedere cosa succede, consapevole che da qui in avanti sino a Nyidalur non c’è rifugio o supporto alcuno. 
Mentre salgo su un altipiano incontro un'anima solitaria che camminava e mi fa cenno di fermarmi. Mi si è aperta la sacca dietro forse perché chiusa male o peggio dimenticando di chiuderla e lui nota che qualcosa mi è caduto. Era la sacca vestiti! Per fortuna non ho perso null’altro. Tutto a posto, posso continuare dopo aver salutato con enorme stima questo ragazzo interamente coperto da un lungo impermeabile.
La pioggia è battente, non placa. La pista è scura e piena di washboards. Non vedo nessuno per ore sino a che una comitiva di motociclisti sfreccia al mio fianco ricordami il mio passato in cui sognavo proprio di attraversare questi luoghi con una due ruote a motori.

Invece sono da solo, in bici a fare una fatica immane su queste diamine di cunette maledette.

Dopo metà pomeriggio finalmente la pioggia smette. Incontro due ragazzi francesi che procedono lentamente causa delle bici da cicloturismo classico con gomme stradali. Non ho idea di come abbiano fatto…. 
Gli chiedo se vogliono fare qualche chilometro assieme ma il punto di riferimento di Versalyr è lontano, loro son troppo lenti. Non che io sia un fulmine ma preferisco tenere il mio rimo per rimanere caldo e per mettere su cena quanto prima, hop una gran fame. Loro sono in due ed in sicurezza quindi ci salutiamo e ci vedremo più avanti e arriveranno allo stesso posto.
incontro poi un insegnante Francese che parla bene inglese. Procede praticamente a piedi complice una bici con freni classici e gomme stradali, carica come un mulo. Viva lo spirito di avventura, penso, ma così proprio non ha senso. Hop iniziato anche io con roba improvvisata ma diamine, qui in mezzo non si scherza. Infatti mi spiega che sta cercando di uscire dalla pista quanto prima per tornare sull’asfalto. 

Arrivo a Versalyr trovando conferma delle info che avevo. E’ un rifugio chiuso, apparentemente acquistato da dei pastori diventano privato ma mai usato. Si vedono le sedie sui tavoli e se qui la situazione fosse tragica con il meteo, quanto sarebbe utile quel riapro…. Sfrutto della assi di legno per creare una bella base piatta per la tenda e mi copro dal vento. È già un grande lusso! Prendo acqua dal fiume e cucino. Fabio mi avvisa che non trova passaggi per venire a Nord ma sopratutto ha ancora febbre quindi andrà a Reykjavik e addio traversata ma è molto contento perchè si stà riprendendo e sicuramente andrà a visitare il parco di Pingvellir che per lui, studente universitario di Scienze Naturali, sarà come un laboratorio a cielo aperto.

GIORNO 7

Riparto la mattina presto dopo un lungo sonno ristoratore. 

Torno un buon km indietro per prendere una pista secondaria che spero che affianca in modo diagonale la F26 sperando non sia così dissetata. In effetti è meglio, si apre anche il cielo. Ma non è comunque così scorrevole inoltre la posizione mi espone ad un vento laterale molto freddo e forte. Una faticaccia….Sù e giù in questo deserto glaciale tra laghi dal colore incredibile. Ad un certo punto decido di riagganciarmi alla F26, non sò dove la restate parte della pista porti. SI avvicina molto al ghiaccio e si vede chiaramente da mappa che c’è un attraversamento di un piccolo fiume che, se non ci fosse un ponte, sarebbe un disastro. Accetto i washboards al posto del vento laterale. Alla fine la velocità non cambia. Incontro un tizio su una bici, ci fermiamo per assicurarci che stiamo bene, lui ha gomme belle larghe, più delle mie, ma il vento in faccia e quindi…. Fatica doppia comuqnue.

Procedo ma dopo tante ore sono appena a 40km, la lentezza è incredibile, mi sento anche fiacco e quindi cerco di mangiare qualcosa senza mettermi pressione. Ci metto 7 ore totali tra pause e pedalate per fare i 55km che mi portano a Nyidalur. Sinceramente è presto, sono le 15 ma con calcolo che vado avanti…. Voglio capire l’evoluzione meteo, risposare e mangiare al caldo. Da qui in avanti qualsiasi sia la direzione, ci sono 3 opzioni diverse, si stà in alto esposti al vento e per almeno 140km non c’è nulla. Ika (non sò se si scrive così il nome) è la gestrice. Mi spiega dove mettere la tenda e mi dice nonostante io paghi, la cucina ed i tavoli interni sono dedicati a chi dorme in rifugio (giustamente). Le chiedo la gentilezza di farmela usare magari in orario di tardo pomeriggio ed accetta. Mi spiega come funziona la gestione di questo rifugio, altro che rifornimenti con l’elicottero… Parlo poi con un Ranger del parco una donna dall’aria simpatica ed al contempo dal volto duro di chi vive queste terre quotidianamente. Mi sconsiglia le opzioni secondarie che ho scelto per me, dice che sono difficili da pedalare e che sarebbero meglio fatte da nord verso sud. Evito dunque di complicarmi la vita. Starò sulla F26, niente zig zag e deviazioni. Così ho anche la certezza di ritrovarmi con Fabio quanto prima. La sera tardi arrivano anche i due ragazzi francesi stremati. Ceniamo assieme, io sarò al quarto pasto, ho mangiato tanto quanto fanno 3 persone. Ika ci regala anche della zuppa tenuta al caldo sulla stufa che brucia olio. Vado a letto presto, il vento è forte ma gestibile, il sonno ristoratore. Un luogo magnifico, un’oasi in mezzo a questo deserto di sassi.

GIORNO 8

Avrei poltrito volentieri ma sono in piedi alle 7 ed alle 8 pronto a partire, tempo di fare una colazione all’interno e riparto con subito due guadi di cui uno ad altezza ginocchio. UN bella botta gelata per risvegliare ben il fisico in stile “biohacking” che oggi va’ di moda. Battute a parte, ora mi sento energico e desideroso di finire questa avventura. Per la prima volta non sento nostalgia, sento piuttosto una mentalità di sfida. In effetti questo più che un viaggio è una vera sfida, allietata in questo caso da una fortuna enorme con il meteo. Procedo per svariati chilometri ed è solo ed unicamente un deserto di sassi ma, in qualche modo, è estraente affascinante. Decido di mettere la colonna sonora di Interstellar nelle orecchie, il rumore del vento direi che lo conosco molto bene ormai….

Vento comunque a favore, incredibile. Un privilegio da sfruttare. sanno i 5 pesti che ho mangiato tra pomeriggio e cena della sera prima ma ho un sacco di energie. Verso i 70Km hop un calo, rallento. per qualche motivo però il fondo perde i washboards e diventa più scorrevole. Inizio a godere veramente un sacco. Sono totalmente in sintonia con questa aridità a volte colmata da qualche regolo di acqua e qualche fiore e piccolo arbusto colorato. Quando scollino le Hihglands e vedo le montagne del nord mi emoziono moltissimo. Ne ho ancora e decido che chiuderò la traversata con un giorni di anticipo. La discesa verso la vallata di Godafoss è epica, incredibile. Ricordo molto bene dall’anno prima che nella zona della cascata non c’è nulla come campeggio. Sono indeciso se nascondermi dietro alcuni arbusti ma sento che è irrispettoso, qui in fondovalle sono tutti terreni privati di contadini, non vorrei avere problemi. Trovo un ristorante lungo la via e decido di chiedere se posso mettere la tenda nei paraggi. Mi dicono di sì ma, assurdo ma vero, hanno problemi con l’acqua che scarseggia e mi chiedono di fare una doccia veloce. Non mi interessa nemmeno la doccia, ho una fame da lupo e quindi mi godo un pasto ed una bella birra media nonostante il costo elevato. Meritato dopo 120km di marcia di sù e giù tra le montagne.

GIORNO 9

Mi sveglio con vento forte ma un meteo eccezionale. Una fortuna di entità inspiegabile! Procedo verso Godafoss, dei ragazzi italiani mi concedono una foto con segno della vittoria di fianco alla cascata.
Ma mica è finita. Per me attraversa vuol dire arrivare ad Akureyri.

Dopo qualche chilometro di asfalto arrivo al fatidico bivio della tunnel. Se vado per la strada parte alla bici sono 21km, dentro i tunnel la metà ma è vietato. Per un attimo mis fiori l’idea di farla ugualmente perchè tanto è in discesa e dunque sarei veloce. Ma rifiuto la malsana idea per optare per una bella pista gravel che sale per svariati centinaia di metri in cima al monete che sbuca direttamente sul fiordo. Qualcosa che non dimenticherò facilmente. La discesa sino alla città è una goduria immane, una di quelle cose che ti rimane sotto pelle per sempre. 

Sono estasiato. Hop conquistato questo sogno e non ci sono abbastanza parole per ringraziare Fabio ed il suo coraggio a dividerci nonostante le sue difficoltà. In realtà lui si è ripreso e stava viaggiando nel parco del Pingvellir godendo altrettanto come un riccio. 

Non lo sapevo e questo mi spinge a prendere la coincidenza del bus che trovo subito appena arrivo in città. Puzzo e faccio schifo ma me ne infischio. Prima arrivo a Reykjavik prima posso dare una mano a Fabio. 
Mentre sono sul pulman che dura circa 6 ore e mezzo sento Fabio che mi comunica appunto che is è mosso in altra zona.

Poco male, mi godrò un po’ di riposo al campeggio della città dove faccio ordine dei video e foto, mi confronto con tanti viaggiatori e saluto per la prima volta dal vivo la conoscente Harpa, una ragazza Islandese che mi aveva aiutato con moltissimi consiglii nel primo viaggio. 

Per me la storia con L’islanda è tutt’altro che finita qui. 
È un luogo che avevo dentro da molto tempo e si è creato un legame importante tutto da scoprire. 


 

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